Il crollo dell'87% degli utili di Audi mostra che il prestigio non fa da scudo
Audi ha tenuto solo il 13,2% dell'utile del terzo trimestre dell'anno scorso. Non c'entrano solo dazi e Cina: un marchio premium senza stabilimento negli USA e con modelli in transizione è esposto.
Foto: Rolf Kranz / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)
Quanto vale il logo dei quattro anelli quando il trimestre si chiude con 95 milioni di euro di utile? I conti di Audi del terzo trimestre sono una risposta piuttosto brutale. Un marchio che da tempo vive di prezzi premium ha appena evitato la perdita per un soffio.
Ecco cosa è successo. Secondo Tagesschau, Audi ha guadagnato 95 milioni di euro al netto delle imposte nel terzo trimestre, l'87% in meno dei 718 milioni di un anno prima (Golem la mette così: il 13,2% del dato dell'anno scorso). Come riporta Bild, è il secondo taglio delle previsioni quest'anno: l'obiettivo di margine operativo 2026 ora è tra il 3% e il 5%, contro il 5%-7% di luglio, e i ricavi sono attesi tra 55 e 59 miliardi di euro anziché tra 58 e 63 miliardi.
Il logo protegge il prezzo, non il costo
La lettura facile è che tutti i marchi premium stiano affondando insieme. Noi pensiamo che sia vera solo a metà. La stessa Audi attribuisce il tracollo alla Cina, soprattutto per le auto a combustione, a una concorrenza più dura, alla pressione delle esportazioni cinesi sull'Europa, ai costi energetici più alti e ai dazi americani. Secondo Bild, di recente i dazi sono costati al gruppo circa 1,2 miliardi di euro. Quell'elenco è reale, e nulla di tutto ciò si negozia con un logo prestigioso.
Un logo permette di far pagare di più ogni auto. Non riduce quanto costa un dazio e non riporta indietro gli acquirenti cinesi, che ora hanno una concorrenza locale più forte. Quando i volumi calano, i costi fissi di piattaforme, stabilimenti e personale restano dove sono. Le consegne mondiali di Audi sono scese del 19,7% nel trimestre, secondo Bild. A nostro avviso i margini premium sono alti perché dipendono dai volumi, e la stessa leva funziona anche al contrario.
Audi è l'anello debole, non la media
Qui sfumeremmo la tesi secondo cui «tutto il lusso è sotto pressione». Tagesschau osserva che Mercedes ha guadagnato 1,52 miliardi di euro nello stesso trimestre. Altra azienda, altre dimensioni, ma il contrasto è difficile da ignorare. Il resoconto della dpa, ripreso da Tagesspiegel, dice che tutti i costruttori tedeschi affrontano la crisi, ma Ingolstadt è colpita più duramente in parte perché non ha uno stabilimento proprio negli USA e perché modelli chiave sono in fase di ricambio.
Questo secondo punto conta. I dazi puniscono gli importatori, e Audi non produce auto negli USA. Le transizioni di prodotto puniscono chiunque abbia il ciclo che cade nel momento sbagliato. Sono debolezze specifiche, non una legge di natura del segmento. Audi inoltre non incolpa direttamente l'elettrificazione, quindi non lo faremo nemmeno noi. Il Wall Street Journal include però il rinvio di una piattaforma per veicoli elettrici tra le zavorre sulla redditività, il che suggerisce che sbagliare la transizione all'elettrico ha un costo reale, ma la documentazione non permette di quantificarlo.
Lo stabilimento in Georgia è l'idea giusta con il tempismo peggiore
La risposta di Audi al problema americano è uno stabilimento previsto in Georgia: circa 4 miliardi di dollari, 4.500 posti di lavoro e fino a 200.000 SUV l'anno, secondo Bild. Dal punto di vista strategico, ci sembra la voce più sensata sul tavolo. Se il costo maggiore è un confine, sposti la produzione dall'altra parte. Le nuove Q7 e Q9 dovrebbero rilanciare l'attività negli USA, e il direttore finanziario prevede un quarto trimestre decisamente più forte.
Ma il modo in cui è stato annunciato è un pasticcio. L'amministratore delegato Gernot Döllner è salito sul palco di un evento della campagna di Trump, e sindacalisti e politici tedeschi hanno risposto con dure critiche. I critici dicono che ha violato le regole della stessa Audi. Lo stabilimento ha inoltre ancora bisogno dell'approvazione del consiglio di sorveglianza di Volkswagen, e il direttore finanziario non ha voluto dire se cambierà i dazi che Audi paga. Nel frattempo, fino a 7.500 posti di lavoro dovrebbero sparire in Germania entro il 2029, e il futuro dello stabilimento di Neckarsulm sarebbe in discussione. Chiedere ai lavoratori tedeschi di accettare tagli mentre si annuncia una fabbrica americana a un comizio politico è, a nostro giudizio, un autogol di comunicazione che potrebbe costare più di quanto sembri.
Guarda la mappa delle fabbriche prima del logo
La lezione non è che «il lusso è morto». È che un tempo premium voleva dire che bastava il potere sui prezzi, mentre ora serve sostenerlo con una produzione nei posti giusti, una gamma pronta in tempo e una base di costi che regga un calo dei volumi del 20%. Audi ha qualcuna di queste cose. In questo momento, meno di Mercedes.
Il nostro verdetto: non leggere il taglio delle previsioni come un episodio isolato. Due tagli in un anno dicono che il piano era costruito su ipotesi ottimistiche. Per chi segue questi titoli o questi marchi, la lezione è guardare dove un costruttore produce le sue auto, quanto è esposto al mercato cinese delle auto a combustione e quanti modelli chiave sta sostituendo contemporaneamente. Il logo è l'ultima cosa da controllare, non la prima.
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