L'autovelox di Vicenza torna attivo, ma in Italia la fiducia resta spenta
L'autovelox di via Aldo Moro riparte dopo 18 mesi sotto sigilli e svela un problema più grande: regole così frammentarie che non si distingue la sicurezza dall'incasso.
Immagine generata con l'IA
Un autovelox può essere legittimo e non godere comunque di fiducia? In Italia non è più una domanda retorica. È la realtà quotidiana di un sistema in cui l'apparecchio sul palo, le carte che lo accompagnano e il sospetto dell'automobilista raramente vanno nella stessa direzione.
L'ultimo capitolo arriva da Vicenza. Come riporta Il Giornale di Vicenza, l'autovelox fisso di via Aldo Moro, sequestrato nel febbraio 2025 nell'ambito di un'indagine penale partita da Cosenza e che non coinvolgeva il Comune, è stato dissequestrato. La polizia locale ha tolto i sigilli il 15 ottobre e ha portato l'apparecchio dal produttore per la manutenzione. Dopo la ritaratura e il controllo del funzionamento, la riattivazione è prevista tra la fine dell'anno e l'inizio del 2027.
Un autovelox può essere legale e sembrare comunque arbitrario
Vediamo cosa il caso di Vicenza non è: il sequestro nasce da un'inchiesta altrove, la strada è nell'elenco della prefettura delle vie in cui è consentito il controllo fisso, e il modello risulta omologato secondo il cosiddetto "decreto Salvini", sempre stando allo stesso articolo. Sulla carta, è la versione pulita della storia. Eppure ci sono voluti 18 mesi, un sequestro giudiziario e un ritorno in fabbrica per arrivarci.
Il motivo per cui conta è lo sfondo più ampio. Una sentenza della Corte di Cassazione dell'aprile 2024, come ricorda Rai News, ha stabilito che le multe elevate con apparecchi approvati ma non omologati sono nulle. Per decenni il Codice della strada ha parlato di apparecchiature "omologate", mentre nella pratica ci si basava sui decreti di approvazione. Una ricostruzione storica di Marco De Mitri descrive proprio questo divario tra norma, prassi amministrativa e giurisprudenza.
A nostro avviso è questo il vero scandalo, e non è tecnico. Uno Stato che per trent'anni chiede agli automobilisti di rispettare un numero su un cartello, mentre le sue stesse carte erano ambigue, ha regalato a ogni multato un motivo di rimostranza bell'e pronto.
Il censimento mostra quanto fosse grande il buco
Il censimento nazionale del ministero ha reso visibile la lacuna. Su circa 11.000 apparecchi individuati in modo informale, solo circa 3.800 risultavano registrati sulla piattaforma e poco più di 1.000 soddisfacevano in automatico i requisiti di omologazione in via di adozione, secondo Rai News. A marzo 2026, come segnala Sky TG24, il ministro ha indicato al 29% la quota dei dispositivi registrati compatibili con la bozza di decreto. Le cifre variano a seconda della fonte e della data, quindi non ci appoggeremmo troppo a una singola percentuale. Conta la direzione: per la maggior parte del parco installato non si poteva semplicemente garantire.
Il ministero, va detto, ha costruito qualcosa di utile. I cittadini possono verificare marca, modello, decreto di approvazione e posizione dell'apparecchio indicato sul verbale. Un decreto ministeriale dell'8 giugno 2026 definisce ora requisiti, collaudi, omologazione, taratura e un regime transitorio. Pensiamo che questa trasparenza sia la cosa migliore uscita da questo pasticcio.
La fiducia è la vera infrastruttura
Qui prendiamo le distanze sia dai cinici sia dagli ottimisti. Il ministero dice che l'obiettivo sono autovelox che servano solo a prevenire gli incidenti, non a fare cassa. Bene. Ma la stessa cronaca di Vicenza smentisce il messaggio: l'articolo locale osserva che le multe riprenderanno ad arrivare appena l'apparecchio sarà attivo e che gli incassi del Comune da sanzioni erano calati di 500.000 euro. La giustificazione del sindaco, cioè che i residenti chiedono controlli di velocità perché sulle strade urbane si corre troppo, è credibile. Eppure, quando incassi e sicurezza compaiono nello stesso articolo, gli automobilisti traggono le proprie conclusioni.
L'associazione dei consumatori Assoutenti avverte del rischio opposto: se si pensa che gli apparecchi non siano validi e che le multe siano facili da annullare, la deterrenza crolla e qualcuno potrebbe correre sentendosi protetto. I due fallimenti si alimentano a vicenda. Il sospetto di voler fare cassa genera ricorsi, i ricorsi alimentano l'idea che gli autovelox non contino, e questo fa male alle strade.
Il nostro verdetto: l'unico autovelox di Vicenza, su una strada legittima, con un modello considerato omologato e un percorso di riavvio visibile, è il modo giusto di fare le cose. La prova è se le altre migliaia di apparecchi riceveranno lo stesso trattamento. I Comuni dovrebbero pubblicare dove vanno i proventi delle multe e i dati sugli incidenti che giustificano ogni postazione. Gli automobilisti dovrebbero confrontare il verbale con la banca dati del ministero, e comunque rallentare in via Aldo Moro. Un vuoto normativo è un pessimo motivo per scommettere con un limite di 90 km/h.
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