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Redazione Drivesfera
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Ammorbidire lo stop ai motori termici del 2035 è realismo, ma i continui ripensamenti costano

L’Europa fa bene ad adattare l’obiettivo del 2035 alla realtà del mercato, ma cambiare le regole di continuo penalizza i costruttori e gli acquirenti che hanno puntato presto sull’elettrico.

Pubblicato
22 ottobre 2026
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Foto: Dietmar Rabich / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0)

Un divieto è ancora un divieto se viene continuamente rinegoziato? La scadenza europea del 2035 per i motori termici è stata levigata così a fondo che forse la domanda migliore è chi paga la levigatura.

L’ultima svolta: come riassume CarBuzz il resoconto di Reuters, Francia e Germania hanno presentato congiuntamente un piano per rivedere le regole del 2035. Invece di un divieto totale, i costruttori ridurrebbero le emissioni dei veicoli del 90% rispetto ai livelli del 2021. La proposta precedente li avrebbe obbligati a compensare il 10% restante, anche con carburanti diversi. La nuova elimina quest’obbligo. Reuters ha riferito inoltre che il cancelliere tedesco ha detto che l’Italia sostiene il piano. Un secondo elemento limiterebbe gli acquisti e gli incentivi pubblici ai veicoli con una certa quota di contenuto UE, con il Regno Unito incluso. Nulla è stato ancora approvato.

La retromarcia è realismo, e fingere il contrario è disonesto

Siamo giusti con i pragmatici. Il resoconto di Reuters sulla precedente mossa della Commissione, ripubblicato da Les Echos, notava che i costruttori europei vedevano una domanda inferiore alle previsioni, con acquirenti frenati da modelli più cari e infrastrutture di ricarica insufficienti. Il CEO di Ford, Jim Farley, ha detto che, a suo avviso, oggi in Europa non è una realtà sostenibile. Puoi non essere d’accordo con chi porta il messaggio e ammettere comunque che i dati di mercato sono testardi.

Un taglio del 90% non è nemmeno un ritorno al vecchio mondo. Come osserva CarBuzz, le elettriche dovrebbero essere estremamente diffuse per raggiungerlo, quindi i costruttori non potranno continuare a vendere auto termiche a un ritmo simile a quello attuale. A nostro avviso, è la forma giusta: un obiettivo rigido con spazio per poche nicchie, come le auto per appassionati o i veicoli per le aree rurali dove la ricarica resta un problema. Un precipizio a zero emissioni allo scarico faceva ottimi slogan e una pessima pianificazione industriale.

Ma a perdere è chi ha creduto alla prima scadenza

Ecco la parte che i pragmatici saltano. Le aziende che hanno investito fior di soldi in batterie, piattaforme e stabilimenti l’hanno fatto sulla base di un calendario normativo. Il CEO di Polestar, Michael Lohscheller, ha sostenuto in quell’articolo di Reuters che tecnologia, rete di ricarica e consumatori sono pronti, e ha chiesto che cosa stiano ancora aspettando tutti. Il CEO di ChargePoint, Rick Wilmer, ha detto che il cambiamento avrebbe un impatto, e il settore dei veicoli elettrici ha sostenuto che danneggerebbe gli investimenti e allargherebbe il divario con la Cina.

Non possiamo dimostrare che gli investimenti caleranno, perché la documentazione non ci fornisce i numeri. Ma il meccanismo è evidente. Ogni revisione insegna ai consigli di amministrazione che gli obiettivi sono negoziabili e che la pressione batte la pianificazione. I costruttori che hanno spinto per obiettivi più morbidi, tra cui Volkswagen e Stellantis secondo Reuters, vengono premiati. Chi si è mosso per tempo resta con una capacità costruita per una scadenza che non vincola più.

Anche gli acquirenti subiscono i continui cambi di rotta. Chi è passato a un’elettrica confidando nella promessa del 2035 ora vede la politica farsi sfocata. Intanto una guida francese suggerisce persino che i prezzi delle auto termiche potrebbero stabilizzarsi o scendere se l’offerta resta abbondante. Quella guida arriva da un venditore di auto usate, quindi va presa con le pinze, ma la logica è plausibile e danneggerebbe i conti sulla rivendita di chi ha anticipato i tempi.

La soluzione è la prevedibilità, non un’altra battaglia sulla scadenza

Nota quanto a lungo si è trascinata questa storia. Una clausola di revisione era prevista da tempo per il 2026, la Commissione ha presentato la sua inversione a dicembre 2025 e ora Francia e Germania spingono per riscriverla di nuovo a ottobre 2026. Sono almeno tre atti della stessa commedia. La Spagna, secondo la guida di Distinxion, si è opposta al rinvio proprio perché aveva investito molto nella filiera elettrica. È la categoria di cui nessuno a Berlino sembra farsi portavoce.

Cosa faremmo noi? Bloccare la cifra del 90% e non toccarla più per un decennio. Affiancarla a un sostegno concreto dove gli acquirenti esitano davvero: la ricarica, e incentivi anziché obblighi, che gli stessi costruttori indicano come ciò che ha funzionato in Belgio. E trattare con cautela la regola del contenuto UE. Lo stesso CarBuzz dice che i dettagli potrebbero cambiare per far passare la proposta, quindi è tanto una carta da negoziare quanto una strategia.

Il verdetto: ammorbidire il 2035 era difendibile. Farlo a rate no. Se Bruxelles vuole che i costruttori spendano miliardi per l’elettrificazione, deve fare delle regole l’unica cosa su cui possano contare.

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